A.A.A. - D.S.A. - Dislessia, un limite da superare

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martedì 20 gennaio 2015

INTERNET ADDICTION: QUANDO CINQUE MINUTI DIVENTANO ALCUNE ORE PER SAPERNE DI PIÙ


LEGGI PARTE 2
INTERNET ADDICTION – CIÒ CHE RENDE L’USO DI INTERNET UNA DIPENDENZA È L’ECCESSIVO USO DELLA RETE A DISCAPITO DEL LAVORO E DELLE RELAZIONI SOCIALI E LA DIFFICOLTÀ A DISCONNETTERSI NONOSTANTE LE CONSEGUENZE NEGATIVE SULLA VITA OFFLINE.

Tra le nuove psicopatologie emerse negli ultimi dieci anni, va considerata oggi sicuramente l’Internet Addiction o dipendenza da internet. Si tratta di una categoria che include fenomeni e problemi diversi, tra i più comuni troviamo il cybersex e l’online gambling.

Il motivo del successo di queste due forme di dipendenza è facilmente spiegabile: nel primo caso, il cybersex è un tipo di dipendenza sessuale con i “vantaggi del web”: anonimità e facilità di accesso. È facile rimanere nella privacy della propria casa, ingaggiati in fantasie impossibili nella vita reale. Per quanto riguarda il gambling, il discorso è simile: possibilità di accesso in ogni momento del giorno e della notte da un qualsiasi dispositivo che abbia una connessione Internet.

Anche se Internet è attualmente disponibile con facilità in quasi tutti i posti di lavoro, sugli smartphone e sempre più nei luoghi pubblici, il tempo che ognuno di noi spende connesso alla rete varia notevolmente e se da una parte questo tempo può essere produttivo e talvolta di svago,l’uso compulsivo di Internet può invece interferire notevolmente con la vita lavorativa e sociale di chi ne abusa, determinando un vero e proprio disturbo.

Proprio per l’ampiezza negli usi e per le esigenze personali che variano notevolmente da soggetto a soggetto, non vi è un limite di tempo né un numero di messaggi invitati che definisca la patologia, quanto ciò che rende l’uso di Internet una dipendenza è l’eccessivo uso della rete a discapito del lavoro e delle relazioni sociali e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline.

Messaggio pubblicitarioSecondo i dati riportati su Helpguide.org, un’organizzazione internazionale no-profit con sede in California, i segni generali di una possibile dipendenza da Internet sono:

• Perdere il senso del tempo online: ti trovi spesso a rimanere connesso più a lungo di quanto avessi previsto? Qualche minuto si trasforma in qualche ora? Ti irriti se vieni interrotto?

• Avere problemi nel portare a termine i compiti, a casa o al lavoro: ti ritrovi a fare tardi al lavoro per avere utilizzato internet per motivi diversi? A casa trascuri la spesa da fare, la lavatrice o altre commissioni per passare più tempo connesso?

• Isolamento dalla famiglia e dagli amici: pensi che nessuno ti capisca nella tua vita reale come invece fanno i tuoi amici online? Ti ritrovi a passare meno tempo con amici o famiglia e più tempo connesso alla rete?

• Sentimenti di colpa legati all’uso di internet: ti irriti quando gli altri continuano a dire di spegnere il computer o di mettere giù lo smartphone? Non dici sempre la verità sul tempo effettivo speso online?

• Sentire un senso di euforia quando connessi: ti ritrovi a usare internet come valvola di sfogo quando sei triste, stressato o cerchi eccitamento sessuale? Hai provato a ridurre l’uso di internet e non ce l’hai fatta?

Se ti riconosci in più di uno di questi segnali, è possibile che tu abbia o stia sviluppando una dipendenza da internet. In questo caso, puoi intanto iniziare a intraprendere alcuni passi da solo per modificare le tue abitudini online, ricordando però che esistono servizi e persone qualificate per un supporto esterno. Un primo passo potrebbe essere quello di realizzare che l’uso eccessivo di internet sia legato a dei problemi emotivi sottostanti, come stati di ansia o depressione, stress o emozioni di rabbia. In questi casi, il web viene spesso utilizzato come modalità per “sentire meno” i sintomi dei disagi o per cercare di uscirne.

In questo senso, alcune ricerche stanno andando sempre più a indagare quanto la dipendenza da internet sia collegata ad altri fattori psicopatologici o semplicemente personologici. Nella seconda parte dell’articolo andremo a vedere i risultati di uno dei primi e più recenti studi in questo campo che sta aprendo la strada a un nuovo filone di ricerche sull’effetto dell’esposizione al web in persone dipendenti da internet.
LEGGI PARTE 2
LEGGI:
DIPENDENZEINTERNET ADDICTION
Nuove dipendenze comportamentali: la Cyberdipendenza

IN RETE O NELLA RETE? ACCOMPAGNARE GLI ADOLESCENTI AD UN USO RESPONSABILE DI INTERNET





RISULTA SEMPRE PIÙ IMPORTANTE ACCOMPAGNARE GLI ADOLESCENTI A RICONOSCERE CHE INTERNET È COME UN OCEANO IMMENSO DA ESPLORARE PORTANDO CON SÉ CONSAPEVOLEZZA, RESPONSABILITÀ E UN ATTEGGIAMENTO DI AUTOTUTELA E PROTEZIONE; SE, INFATTI, LA RETE È UN MONDO DI COMUNICAZIONE PIUTTOSTO LIBERO, ONESTO E DI CONDIVISIONE PARITARIA È ANCHE UN CONTESTO IN CUI LA PROTEZIONE DELLA PROPRIA PRIVACY E DELLA PROPRIA RISERVATEZZA È MESSA DURAMENTE ALLA PROVA.

Internet risulta oggi il principale mezzo di comunicazione di massa, nelle vite sia degli adulti che dei ragazzi. L’avvento di internet e il suo utilizzo, che al giorno d’oggi spazia dall’ambito lavorativo a quello scolastico per arrivare a quello ludico-ricreativo, rappresenta una delle principali rivoluzioni dal punto di vista delle comunicazioni e quindi delle relazioni umane, costituendo una importante sfida dal punto di vista educativo nella relazione tra adulti e adolescenti.

Dal momento che comunicare è sempre e da sempre un bisogno essenziale degli esseri umani, anche i mezzi e i modi attraverso cui le persone intraprendono, costruiscono e mantengono scambi comunicativi si evolvono nel tempo.

Le comunicazioni mediate da internet hanno definitivamente interrotto la dicotomia tra comunicazione scritta e comunicazione orale, consentendo scambi interattivi scritti ma al tempo stesso diretti ed immediati come quelli orali, come avviene tramite chat, post sui social network, e-mail e messaggistica istantanea. Si tende quindi a parlare di oralità scritta (Pozzi e Toscani, 2008), intendendo una forma di comunicazione, rivoluzionaria e innovativa, che abbraccia contemporaneamente la struttura della comunicazione scritta e l’immediatezza della comunicazione orale, costruendo quindi nuovi linguaggi, nuove grammatiche e nuovi codici di comunicazione tra persone.

Un’altra essenziale trasformazione che internet ha portato nelle vite delle persone, è che, per la prima volta nella storia dell’uomo, le nuove generazioni padroneggiano questi strumenti e linguaggi con esperienza maggiore rispetto alle generazioni che le hanno precedute. Dal punto di vista educativo e pedagogico, questo dato di fatto rappresenta un’enorme e difficile sfida da affrontare, in quanto i nativi digitali (Prensky, 2001) sono ritenuti madrelingua dei linguaggi virtuali e multimediali mentre gli adulti risultano “immigrati digitali”, con lacune di apprendimento e di trasmissione dei codici stessi.

Emerge in modo sempre più evidente un gap generazionale e, soprattutto nei due contesti educativi per eccellenza (scuola e famiglia), si osserva la convivenza di più generazioni culturali, nate e cresciute con strumenti e linguaggi di comunicazione diversi, spesso in difficoltà nel costruire e condividere valori, norme, regole e identità.
Rimane quindi da chiedersi e, soprattutto, invitare gli adolescenti a chiedersi: quali sono le reali opportunità e punti di forza delle nuove tecnologie? Quali sono invece i rischi e le criticità di questi strumenti?

Se, da una parte gli adolescenti sono abbastanza sicuri nell’evidenziare le potenzialità della rete (divertimento, approfondimento di interessi e passioni, sviluppo della conoscenza e della creatività, contatto diretto e immediato con i pari, facilità e immediatezza dell’utilizzo), dall’altra appaiono spesso carenti di informazioni, ma soprattutto di consapevolezze, in merito alle criticità e ai rischi oggettivi (Couyoumdjian et al., 2006; Lancini, 2009).:
In rete, infatti, viene messo a rischio il contatto con Sé stessi, in quanto la dimensione corporea e del “faccia a faccia” è negata, mettendo a rischio le capacità e le competenze socio-relazionali dei ragazzi;
Inoltre, gli adolescenti vivono una forte pressione, da parte dei pari ma anche più in generale dalla società dei consumi (Bauman, 1999) all’omologazione e al possesso di strumenti sempre nuovi con ricadute importanti a livello della stima di Sé; spesso, e questi gli adolescenti lo riconoscono apertamente, si prova una forte fatica a tollerare la frustrazione di non avere il cellulare o la consolle uguale a quella dei compagni oppure di non ricevere in maniera immediata risposte a messaggi e chat.
Infine, l’utilizzo della rete da parte degli adolescenti manca di controllo, che, quando non può arrivare dall’interno, deve o dovrebbe giungere dall’esterno, da parte degli adulti di riferimento. E’ proprio nel mondo fluido, immenso e incontrollabile della rete che spesso gli adolescenti entrano in contatto con contenuti non adeguati alla loro giovane e fragile età, oppure, approfittando dello schermo del pc, che è al tempo stesso protezione e maschera, attivano modalità di comunicazione aggressive, denigratorie o prepotenti nei confronti dei pari

Risulta sempre più importante accompagnare gli adolescenti a riconoscere che internet è come un oceano immenso da esplorare portando con sé consapevolezza, responsabilità e un atteggiamento di autotutela e protezione; se, infatti, la rete è un mondo di comunicazione piuttosto libero, onesto e di condivisione paritaria è anche un contesto in cui la protezione della propria privacy e della propria riservatezza è messa duramente alla prova.
E’ essenziale avvicinare gli adolescenti al concetto di intimità, un valore importante che ci riporta alla consapevolezza della riservatezza di alcune informazioni private e personali per le quali è necessario un atteggiamento di grande attenzione e protezione, in quanto una volta immesse nell’universo virtuale non è più possibile cancellarle né avere pieno controllo del loro utilizzo da parte di altri utenti (Rivoltella, 2001).

E’ importante quindi ricordare alcuni semplici ma essenziali consigli di buona navigazione agli adolescenti (e anche agli adulti):
Mai comunicare o condividere informazioni personali, password oppure dettagli relativi alla propria famiglia e alla propria residenza;
Prestare attenzione alle impostazioni di privacy dei social network, dei blog e dei servizi di chat;
Ricordare che virtuale non fa rima con legale; alcuni comportamenti sono scorretti, per non dire illegali, offline così come online e non devono quindi essere messi in atto. L’atteggiamento di correttezza e rispetto favorisce un utilizzo responsabile della rete e una consapevolezza della propria cybercittadinanza;
Coltivare interessi paralleli, affiancando alle nuove tecnologie, gli interessi e le passioni fuori dalla rete;
Ricordare l’importanza della comunicazione interpersonale e del “faccia a faccia”, sia nei rapporti alla pari che nella relazione con gli adulti;

Richiedere l’ascolto e il sostegno da parte degli adulti non solo per tutelare la propria immagine e riservatezza sulla rete, ma anche e soprattutto per avere maggiori strumenti di gestione delle emozioni e legate all’uso delle tecnologie.



ARGOMENTI CORRELATI:
TECNOLOGIA E PSICOLOGIABAMBINI E ADOLESCENTI

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Internet addiction: quando cinque minuti diventano alcune ore
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2014/05/internet-adolescenti-utilizzo-responsabile/

WINABC: UN’APP PER IL TRATTAMENTO DELLA DISLESSIA PER SAPERNE DI PIÙ



Tra le App mediche sta guadagnando sempre maggior rilievo WinABC, un programma di lettura temporizzata utilizzato nella riabilitazione della dislessia, disponibile già da diverso tempo su pc, ora adattata all’uso su tablet, con tutti i vantaggi che questo strumento comporta.

WinABC si basa su un trattamento di tipo sub-lessicale, che è applicato a unità via via più ampie, a partire dalla lettera, passando per la sillaba e la parola intera. Il trattamento mira a supportare i bambini con difficoltà nella decifrazione, lenta o scorretta che sia, attraverso l’automatizzazione del riconoscimento sub-lessicale.

Dopo un trattamento di tre mesi con questo sistema di lettura i soggetti dislessici evidenziano un recupero di lettura superiore a quanto atteso dall’evoluzione spontanea (Tressoldi et al. 2001).

WinABC permette di ripercorrere ed esercitare le principali tappe dell’apprendimento della lettura, partendo appunto dalla fase sub-lessicale.

Il soggetto dislessico può impostare dapprima la lettura con la scansione in sillabe che consente di sviluppare e allenare l’automatismo di riconoscimento delle componenti sillabiche che formano la parola. In una fase successiva, il soggetto è libero di impostare la scansione in parole, per esercitare e potenziare la sua abilità di comprensione del testo in condizioni simili a quelle ‘reali’ di lettura.

La possibilità di impostare differenti velocità di scansione permette di personalizzare lo strumento, adattandolo alle reali capacità della persona dislessica e tenendo traccia dei progressi raggiunti. In questo modo si evita la frustrazione derivata da un compito troppo difficile e si mantiene alta la motivazione a proseguire con il training.

Alla fine di ogni esercizio di lettura si può avere accesso all’analisi dei risultati, in cui sono sintetizzate le impostazioni e le prestazioni: in tabelle e grafici sono visualizzati il numero di elementi letti, il tempo totale dedicato alla lettura, la velocità e la quantità di errori. L’analisi può quindi essere esportata e inviata al proprio terapista che può a sua volta suggerire come cambiare eventualmente le impostazioni.

I dati di ricerca raccolti tramite WinABC e altre applicazioni simili da Tressoldi e collaboratori, confermano quanto già ampliamente pubblicato in letteratura rispetto al cambiamento della funzionalità cerebrale in seguito a riabilitazione.

Trattamenti mirati e centrati sul deficit, mettono in luce la sorprendente plasticità di cui è dotato il sistema nervoso centrale (Aylward et al 2003; Temple et al 2003; Simos et al 2002).

I DISTURBI SPECIFICI DELL’ APPRENDIMENTO (DSA) – DEFINIZIONE PSICOPEDIA PER SAPERNE DI PIÙ



I disturbi di apprendimento rappresentano una condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si manifesta con l’inizio della scolarizzazione. Sono pertanto escluse le patologie di apprendimento acquisite (successive ad esempio a traumi cranici).

I riferimenti internazionali utilizzati nella definizione e classificazione dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono:
• ICD-10 (F81 Disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche)
• DSM IV TR (315 Disturbi dell’apprendimento).
Si tratta di disturbi che coinvolgono uno specifico dominio di abilità, lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale. Essi infatti interessano le competenze strumentali degli apprendimenti scolastici.
Sulla base del deficit funzionale vengono comunemente distinte le seguenti condizioni cliniche:
• dislessia, cioè disturbo nella lettura (intesa come abilità di decodifica del testo);
• disortografia, cioè disturbo nella scrittura (intesa come abilità di codifica fonografica e competenza ortografica);
• disgrafia, cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
• discalculia, cioè disturbo nelle abilità di numero e di calcolo (intese come capacità di comprendere e operare con i numeri).

Il DSA è un disturbo cronico, la cui espressività si modifica in relazione all’età e alle richieste ambientali: si manifesta cioè con caratteristiche diverse nel corso dell’età evolutiva e delle fasi di apprendimento scolastico. La sua prevalenza risulta maggiore nella scuola primaria e secondaria di primo grado. L’espressività clinica varia inoltre in funzione della complessità ortografica della lingua scritta. Con il termine “complessità ortografica” ci si riferisce a quella caratteristica che differenzia le lingue “opache” (per esempio l’inglese), caratterizzate da una relazione complessa e poco prevedibile tra grafemi e fonemi, dalle lingue “trasparenti” (per esempio l’italiano), caratterizzate da una relazione prevalentemente diretta e biunivoca tra fonemi e grafemi corrispondenti (al suono della singola lettera o parola corrisponde cioè il modo in cui la si scrive). Tale caratteristica condiziona i processi utilizzati per leggere, gli strumenti di valutazione clinica e i percorsi riabilitativi, non consentendo un diretto e totale trasferimento dei dati scientifici derivati da studi su casistiche anglofone.
La definizione di una diagnosi di DSA avviene in una fase successiva all’ inizio del processo di apprendimento scolastico. È necessario infatti che sia terminato il normale processo di insegnamento delle abilità di lettura e scrittura (fine della seconda classe della primaria) e di calcolo (fine della terza classe della primaria).
Un’anticipazione eccessiva della diagnosi aumenta in modo significativo la rilevazione di falsi positivi. Tuttavia, è possibile individuare fattori di rischio (personali e familiari) e indicatori di ritardo di apprendimento che possono consentire l’attuazione di attività e interventi mirati e precoci e garantire una diagnosi tempestiva.
Una caratteristica rilevante nei DSA è la comorbilità. È frequente, infatti, accertare la compresenza nello stesso soggetto di più disturbi specifici dell’apprendimento o la compresenza di altri disturbi neuropsicologici (come l’ADHD, disturbo dell’attenzione con iperattività) e psicopatologici (ansia, depressione e disturbi della condotta).

I DSA mostrano una prevalenza che oscilla tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana, dato confermato dai primi risultati di una ricerca epidemiologica tuttora in corso sul territorio nazionale.
Di fatto, anche se ancora non esiste uno specifico osservatorio epidemiologico nazionale, le informazioni che provengono dai Servizi di Neuropsichiatria Infantile indicano che i DSA rappresentano quasi il 30% degli utenti di questi servizi in età scolare e il 50% circa degli individui che effettuano un intervento riabilitativo. I DSA sono attualmente sottodiagnosticati, riconosciuti tardivamente o confusi con altri disturbi.
I DSA hanno infine un importante impatto sia a livello individuale (frequente abbassamento del livello curriculare conseguito e/o prematuro abbandono scolastico nel corso della scuola secondaria di secondo grado), sia a livello sociale (ridotta realizzazione delle potenzialità sociali e lavorative dell’individuo).
Sono in aumento le prove scientifiche sull’efficacia della presa in carico e degli interventi riabilitativi nella riduzione dell’entità del disturbo e/o nel rendimento scolastico (misura del funzionamento adattivo in età evolutiva), nonché nella prognosi complessiva (psichiatrica e sociale) a lungo termine. La precocità e la tempestività degli interventi appaiono sempre più spesso in letteratura tra i fattori prognostici positivi.
Al raggiungimento di questi obiettivi devono contribuire più figure professionali e istituzioni, che rivestono un ruolo di rilievo nei diversi momenti dello sviluppo e dell’apprendimento e il cui coinvolgimento varia in base alle espressioni sintomatiche con cui il disturbo può rendersi evidente. Il pediatra tiene conto degli indicatori di rischio alla luce dei dati anamnestici, accoglie i segnali di difficoltà scolastiche significative riportate dalla famiglia e la indirizza agli approfondimenti specialistici. Gli insegnanti, opportunamente formati, possono individuare gli alunni con persistenti difficoltà negli apprendimenti e segnalarle alle famiglie, indirizzandole ai servizi sanitari per gli appropriati accertamenti, nonché avviare gli opportuni interventi didattici. I servizi specialistici per l’età evolutiva (per esempio i Servizi di Neuropsichiatria Infantile) sono attivati per la valutazione e la diagnosi dei casi che pervengono a consultazione e predispongono un’adeguata presa in carico nel caso in cui sia confermato il quadro clinico di DSA.

L’implementazione di prassi cliniche condivise per la diagnosi, che prevedano l’utilizzo di protocolli di valutazione basati su prove standardizzate a livello nazionale, così come di modalità di trattamento scientificamente orientate, può consentire un livello di assistenza più efficace e omogeneo per i soggetti con DSA. Questo permette, inoltre, di rilevare a livello nazionale quali siano le procedure diagnostiche e terapeutiche necessarie per questi disturbi (in termini di risorse umane ed economiche) e di avviare un percorso di ricerca sistematica sull’efficacia e l’efficienza degli interventi terapeutici nella popolazione di lingua italiana. L’adozione di criteri diagnostici evidence based può contribuire inoltre a distinguere i DSA dalle altre difficoltà scolastiche aspecifiche, connesse di solito a fattori relativi al contesto familiare, ambientale e culturale dello studente, nonché dalle difficoltà di apprendimento che sono conseguenza di ritardo mentale o deficit neurologici, sensoriali o motori.

ARTICOLO CONSIGLIATO

Disturbi specifici dell’apprendimento – Intervista ad Elena Simonetta

BIBLIOGRAFIA:
Istituto Superiore di Sanità (2011). Consensus Conference sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento in http://www.snlg-iss.it/cms/files/Cc_Disturbi_Apprendimento_sito.pdf.

Bullismo: tabella sugli indicatori per genitori e insegnanti



Di Rossana Gabrieli (Rivista BES e DSA in classe) – Se ne parla soprattutto quando fatti di cronaca drammatici e sconcertanti portano alla ribalta il problema. Il bullismo costituisce uno dei comportamenti a rischio durante l’adolescenza, segnale precursore di futuri comportamenti antisociali.

La Direttiva Ministeriale 249/1998, agli articoli 4 comma 7 e 5 bis, fa esplicito riferimento all’allontanamento dalla scuola del bullo, ma anche – in forma preventiva – dell’adozione del Patto Formativo di Corresponsabilità.

Una descrizione scientifica del bullismo é da attribuirsi a Dan Olweus: "uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o di più compagni” (Olweus, 1996. Il bullismo, tuttavia oggi, si connota per differenti sfumature, dovute al mutare dei tempi ed ai cambiamenti sociali, per cui parliamo di “cyberbullismo”, che si serve dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, di “bullismo omofobo”, di “bullismo al femminile”.

Ma Olweus aveva anche classificato i diversi tipi di bullo: dominante (leader aggressivo dominante) e gregario (che agisce all’ombra del leader), affiancado a tali tipologie altrettanti “modelli” di vittime.

La scuola, teatro degli episodi più incresciosi, si deve saper organizzare sia a livello preventivo, che in risposta a tali episodi. Oltre a non sottovalutare i comportamenti aggressivi, é importantissimo che i docenti che lavorano nelle classi “a rischio” non si ritrovino soli; la risposta deve essere collegiale e condivisa: Consigli di Classe, Collegi dei Docenti, Consigli d’Istituto devono essere pronti e compatti nell’agire, coinvolgendo l’intera comunità educante, all’interno ed all’esterno della scuola.

Prevedere all’interno del POF misure specifiche, con progetti studiati ad hoc, per rispondere con forza al problema è il primo passo significativo e segno certo che le “vittime” non sono sole e che il bullo non può trovare “spazi di manovra” nella scuola democratica.

Per scaricare la tabella con gli indicatori per insegnanti e genitori clicchi qui
Versione stampabilePubblicato il 9 gennaio 2015 da besdsa nella categoria Senza categoria

venerdì 12 dicembre 2014

Penso sia di imput e una spinta leggere il commento che pubblico al post precedente: "Lettera..."

Antonella -
Ciao Lorenzo,
anche io come te sono dislessica (oltre che ex studentessa liceale indirizzo socio-psicopedagogico) e mi è stata riconosciuta a 16 anni (ora ne ho 21), quindi ormai tardino. Nessuno si era mai azzardato a dirmi niente a riguardo, nonostante captassi qualche problema soprattutto alle superiori. Solo la professoressa di italiano del triennio si rese conto di questo ma invece di dirmelo personalmente si è confrontata con la professoressa di psicologia che me lo ha riferito in malo modo, davanti a tutti gli altri miei compagni e durante un’interrogazione dove ero io ad esser giudicata. Incompetenza o insensibilità? non lo e continuo a non saperlo. La cosa che mi ha fatto davvero tanto male è che nonostante io avessi portato una diagnosi a fine 3 anno non era sufficiente perchè i professori non sapevano ugualmente come aiutarmi, anzi, solo pochi mesi prima del diploma la professoressa di filosofia mi ha fatto notare il problema ed il fatto che non c’erano stati incontri tra i professori e gli specialisti che mi avevano seguito. La mia è stata classificata come dislessia recuperata (lavoro che ho fatto sin da bambina da sola, indipendententemente- cosa che mi dovrebbe render fiera-, compensandomi con la memoria) e denominata come Disturbo del linguaggio, con relative carenze in ambito linguistico e verbale. Ad ogni modo una cosa lieve ma evidente se uno è quanto meno conoscente o competenze in materia. Io son sempre riuscita a rispettare i tempi, magari facevo fatica ad assimilare un concetto ed a esprimerlo, ma comunque più o meno nella norma, alla fine nessuno mi aveva fatto notare il mio disturbo. Sai la cosa più brutta qual è? Sentirsi dire dalla professoressa di matematica, che ti ha seguita in tutto il percorso delle superiori,così: “tu hai buona tanta e volontà ma poi non hai altro..” e fare notare in sede di esame i miei errori sulla tesina anzichè aiutarmi! Cosa vuol dire questo? Tutt’oggi me lo chiedo!I professori non dovrebbero valorizzare le capacità di ogni alunno? E dire che stavo rinunciando agli studi per colpa della mia esperienza… ma l’università è diversa, la mia università è diversa e sono fiera di aver fatto questo passo!Io chiederei maggiore competenze da parte dei professori, maggiori aiuti, anche da un punto di vista umano!i voti alla fine sono relativi. Ogni individuo dovrebbe esser valutato in base a ciò che è stato acquisito valorizzando i contenuti, soprattutto se uno è dislessico. Non tutti lo fanno!

Lettera di un ragazzino dislessico al ministro della pubblica istruzione


Onorevole,ministro della pubblica istruzione
Ti scrive un ragazzino di II media. Mi chiamo Lorenzo e ho scoperto da poco di essere dislessico.
L’ impato con le medie è stato disastroso: e la prof. di matematica mi diceva che non ci arrivavo e quella italiano mi diceva che avevo la scrittura illeggibile! Pensi che si è rifiutata di leggere il mio ultimo tema . Per i voti la penso come don Lorenzo milani .Per me le verifiche o comunque i voti servono a rinforzare i forti e indebolire i deboli e io che speravo di diventare ministro della publica istruzione! Come faccio?
Solo quelli che hanno ottimo possono diventarci, quelli che la scuola ritiene intelligenti ma che invece studiano tutto a memoria e non sanno fare un minimo collegamento?Quelli farete diventare ministri?
Ritornando ai voti volevo dire che gli studenti di Don Milani non erano incapaci anzi erano bravi. Ma se continuamo così il mondo andrà ai presunti intelligenti ,e per colpa dei voti si ritonerà all’ analfabetismo della popolazione non dominante cioè di quella che non governerà mai per essere stata per anni giudicata incapace.
Poi vorrei parlare dei miei compiti: arrivo sempre a mezzanotte e poi continuo dalle 6 alle 7 di mattina. Poco tempo fa c’è stato un giorno critico. Era sabato ed a un certo punto arriva la notizia che lunedì c’è la festa di un mio compagno .
La mia classe ci andava ma per i compiti che avevo per martedì io che sono più lento per la dislessia, non ci sarei potuto andare e li mi è preso una crisi isterica: piagevo perché i compiti erano troppi e mia madre mi tranquillizzava.
I compiti per martedì erano i seguenti:
GEO: pag.114-119+es
ANT: pag.21-24+es(tra cui due sul quaderno e due sul libro)
MAT:stud. Pag. 172 e 174 es 1-2-4-5-7-8 pag173 e 1-3-4 pag175(tutto sul quaderno)
INGL:memorizza e copia il brano pag11(scenetta)parte ragazzi=devid e caren
ragazze= geremi e nigel
Scienze: pag 15 e 17
Alla festa alla fine ci sono adato perché se rinunciavo al la festa, a questo punto non facevo neanche piu calcio, scaut ecc.

Io non parlo in nome dei didlessici ma anche di altri compagni.
La mia domanda è se puo abolire i voti e le verifiche che ci giudicano, oppure lasciare le verifiche solo per vedere a che punto stiamo ma senza voti. Le chiedo anche di abolire i compiti o almeno di invitare i professori a confrontarsi per vedere la somma complessiva dei compiti che ci danno ogni santo giorno anche quando è festa. E’ possibile che i TEMPI di noi ragazzi e bambini non vengono mai rispettati? Io credo che il problema è che gli adulti non sanno mettersi nei nostri panni e allora la scuola verrà sempre odiata.
Io non dico questo perché sono svogliato(come penza tanta gente di me) ma perché credo che la scuola non puo occupare una gionata intera,dalla mattina alla notte.
Credo che noi abbiamo il diritto(ma non solo i dislessici) di sfocarci con il gioco e le amicizie che a scuola non puoi coltivare.
Un ciao di speranza

Lorenzo De Angelis

p.s

vorrei tanto una risposta con una sua nuova riforma veramente pensata per noi.

La invito a consultare il sito www.dislessia.org/forum sezione penne adolescenti, dove hanno pubblicato la mia lettera.

giovedì 30 ottobre 2014

MATEMATIKA.IT

Indaco - LA FATICA DI APPRENDERE - 28/10/2014 - Video SMTV San Marino 28/10/2014

Ospiti in studio:
- Giacomo Stella – Docente UNI MO-RE – Direttore Dipartimento Scienze Umane Università di San Marino
- Valentina Campanella – tecnico dell'apprendimento
Michela Bettinelli - tecnico dell'apprendimento
- Luca Grandi – Coordinatore Corso Tecnico Apprendimento Università di S.Marino
- Valentina Dazzi - Gipa Gruppo Informatica per l'Autonomia
- Elio Vico - studente
- Luisa Lopez – Docente Master DSA (Disturbi specifici dell'apprendimento) Univ. RSM

http://www.smtvsanmarino.sm/video/programmi/indaco/indaco-fatica-apprendere-28-10-2014-28-10-2014

mercoledì 15 ottobre 2014

Dsa aumentano perché esiste il problema. Lettera di risposta alla professoressa «sbigottita»

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Tommaso Tornaghi 

Un insegnante risponde all’intervento della professoressa Pellegrino pubblicato su tempi.it in merito ai Disturbi Specifici di Apprendimento. «È una rivoluzione, sì, ma in positivo» 

Settimana scorsa abbiamo pubblicato una lettera della professoressa Margherita Pellegrino, insegnante a Segrate (Mi), molto critica sulla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali. Di seguito riportiamo un’altra lettera giunta in redazione e firmata da Tommaso Tornaghi, insegnante di Storia alla scuola media Massimiliano Kolbe di Lecco. 

Scrivo in relazione all’intervento della professoressa Pellegrino in merito ai Disturbi Specifici di Apprendimento. 

Non conosco la professoressa e non intendo essere polemico ma solo chiarire alcuni punti che, secondo me, nel suo articolo sono trattati con sufficienza. 

Innanzitutto Disturbi Specifici di Apprendimento (dislessia, discalculia, disortografia, disgrafia) sono disturbi della capacità di apprendere diagnosticati solo ed esclusivamente in presenza di un quoziente intellettivo nella norma, in parole povere non esiste diagnosi di Dsa in presenza di un ritardo mentale . 

Nell’articolo la professoressa afferma che i test di lettura e scrittura su cui si basa la diagnosi “hanno ben poco di scientifico”, non capisco questa affermazione; su quale evidenza si basa? Per la diagnosi occorre un’equipe formata da un neuropsichiatra infantile, un logopedista e uno psicologo: tre figure che non penso siano sempre e comunque in malafede e svolgano test “non scientifici”. 

Nell’articolo si tratta un aspetto molto importante: si dichiara che “basta che un’insegnante non sappia insegnare per creare un alunno DSA”. La teoria di fondo (o almeno quello che mi sembra di capire) è che la scuola non insegni più a leggere, scrivere e far di conto e cerchi un capro espiatorio per le sue difficoltà, tra l’altro si insinua che ci sia una sorta di connivenza con psicologi e logopedisti per fornire “materiale umano” su cui lavorare a colpi di 80 euro a seduta. 

Penso che la tesi sia totalmente da ribaltare partendo da un concetto importante. 

Le diagnosi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento aumentano perché il problema esiste e i docenti sono più attenti (fino a 10 anni fa nessuno sapeva che cosa fosse un dislessico e ancora oggi i passi da fare sono moltissimi). Troviamo conferma di questo nei paesi anglosassoni dove l’incidenza percentuale di questi disturbi è molto più alta a causa dell’opacità della loro lingua (l’italiano è per fortuna una lingua trasparente). 

È vero invece che alcuni docenti utilizzano le diagnosi per evitare di compiere il proprio dovere e per avere una sorta di “scudo protettivo” per la propria incapacità; io credo però che sia scorretto mettere in dubbio l’esistenza della dislessia perché ci sono insegnanti disonesti e sleali. 

Non è assolutamente vero, come dice la prof. Pellegrino, che basti individuare il disturbo e fare esercizio per correggerlo, purtroppo non esiste “medicina” efficace per i Dsa: come mi hanno insegnato fare esercitare di più un disortografico perché faccia meno errori di ortografia è come costringere un miope a sforzarsi di guardare meglio perché prima o poi vedrà oggetti più nitidi…assurdo. 

È vero che la soluzione sta nella didattica e in un modo di fare didattica diverso, basato su immagini, schemi, mappe concettuali…, è una rivoluzione, sì, ma in positivo, finalmente ogni docente deve provare ad inventare un modo di insegnare che tenga desta l’attenzione di tutti, che permetta di imparare, questo lo farà mettere in gioco, lavorare e preparare lezioni sempre nuove e il più possibile provocanti per tutti: da docente non mi sembra un male, anzi…. 

Tommaso Tornaghi